L’importanza di restare investiti nel lungo periodo

Quando si opera sui mercati azionari la tentazione di anticipare il mercato è molto forte. Entrano in ballo vari bias comportamentali quali l’over-confidence o l’effetto disposizione che sono difficili da trattenere. Gestire il timing in realtà è impossibile, lo dicono i migliori investitori al mondo come Warren Buffet e Ray Dalio e premi Nobel come Richard Thaler; ciononostante tutti vogliono farlo. Vediamo cosa succede nella mente dell’investitore di fronte alla possibilità di consolidare un guadagno e le conseguenze sul piano pratico.

Supponiamo che io abbia investito 10000€ su un fondo azionario e oggi abbia un controvalore di 15000€, cioè un guadagno di 5000€. In vista di una correzione decido di uscire dal mercato.

Su un guadagno di 5000€ bisogna pagare il 26% di tasse, cioè 1300€. Inoltre, quando deciderò di rientrare, dovrò pagare nuovamente la commissione di ingresso. Ipotizzando una entry fee di 1,5%, sono altri 205€ da togliere al capitale rimborsato e da reinvestire.

Riepilogando, il capitale netto reinvestito sarà circa € 13500. In pratica lo stesso capitale che avrei avuto se non avessi venduto nulla e con una correzione del 10%!

Qual è il problema di questa operatività? Analizziamo alcuni casi:

  1. Esco prima della (ipotetica) correzione e il mercato continua a salire…
  2. Ho visto giusto, il mercato è sceso, ma quando rientro? A -15% o più giù? Difficile dirlo…
  3. Mi sono sbagliato, il mercato lateralizza o corregge poco (4-5%). Che faccio? Rientro subito o aspetto ancora?

Come è facile notare, le decisioni sono complesse quando abbiamo a che fare con il nostro denaro e certe scelte vengono spesso rinviate o addirittura non prese con la conseguenza di restare fuori dal mercato, che come sappiamo, sul lungo periodo - a livello globale - cresce.

Perché invece è necessario restare sempre investiti?

Analizziamo le serie storiche dell’indice S&P500, cioè della borsa americana, la più rappresentativa dell’economia mondiale e l’unica con un track record storico di oltre un secolo.

Dal 1900 ad oggi c’è stata in media una correzione (cioè una discesa dai massimi di almeno il 10%) all’anno, con un calo medio del 13%. Le correzioni fanno parte del gioco, non bisogna spaventarsi perché sono di breve durata e perché solo 1 correzione su 5 diventa bear market, cioè mercato ribassista (discesa di almeno il 20% dai massimi). Dal dopoguerra ad oggi, i bear market sono stati 15 e si sono presentati in media una volta ogni 5 anni. Anche nella malaugurata ipotesi di imbattersi in un mercato orso non bisogna scoraggiarsi e farsi prendere dal panico per il semplice motivo che i bear market non sono eterni ma durano in media poco più di un anno. I più lunghi, quelli del 1973-74 e del 2008-2009, sono durati circa due anni. Ma ce ne sono stati altri più brevi come ad esempio l’ultimo, iniziato lo scorso marzo a seguito della pandemia corona virus.




Quando il mercato scende nessuno sa dove si fermerà e quando ripartirà il rialzo; durante queste fasi la volatilità è altissima e a forti discese seguono grandi rimbalzi. Uscire in queste fasi è un errore drammatico perché si consolida la perdita e si esce dal mercato senza beneficiare del successivo recupero. Infatti, ad ogni discesa, che sia correzione o bear market, segue sempre una risalita, che è tanto maggiore, quanto più grande è stata la caduta.

Ricordiamoci sempre che il numero di anni che il mercato sale è di gran lunga superiore agli anni di discesa. Nel grafico seguente è possibile notare che in un periodo sufficientemente lungo di 10 anni, restare full-invested significa raddoppiare il capitale investito; invece perdersi i migliori dieci giorni di borsa vuol dire dimezzare tale rendimento. Addirittura restare fuori nei migliori 40 giorni di mercato, significa ottenere un rendimento negativo. Attenzione quindi, il costo del timing può essere molto salato!



Per concludere, la crescita della popolazione mondiale, lo sviluppo tecnologico e la ricerca di migliori condizioni di vita spingono verso una crescita del pil mondiale e di conseguenza del mercato azionario. Tale crescita abbraccia via via anche le nazioni in via di sviluppo (c.d. mercati emergenti) che fino a pochi decenni fa erano in condizioni di estrema povertà. Pertanto, se si prende consapevolezza della crescita di lungo periodo del mercato azionario, non c’è nulla da temere di fronte ai cali temporanei di mercato, anzi bisognerebbe approfittarne per comprare più azioni a prezzi bassi. Ciò a condizione di rispettare l’obiettivo di investimento, l’orizzonte temporale e la diversificazione e di tenere a bada i comportamenti autolesionistici. In questo il cliente può essere certamente aiutato dal proprio consulente di fiducia.


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Vincenzo Menna

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